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Da nuotatore provetto, Robert Langdon si era spesso domandato cosa si provasse ad annegare. Adesso si rese conto che lo avrebbe scoperto. Pur essendo in grado di trattenere il fiato più a lungo di tanti, sentiva già il corpo reagire alla mancanza d’aria. L’anidride carbonica si stava accumulando nel suo sangue, portando con sé l’istintivo bisogno di inalare. Non respirare! Il desiderio però cresceva sempre di più con il passare dei secondi. Lui sapeva che si stava avvicinando il momento in cui non sarebbe più riuscito a rimanere in apnea.

Apri il coperchio! L’impulso era di continuare a battere e a lottare, ma Langdon sapeva di non dover sprecare ossigeno prezioso. Non poteva fare altro che guardare in su, attraverso l’acqua, e sperare. Adesso il mondo esterno era un rettangolo sfocato di luce oltre la finestrella di plexiglas. Cominciò ad avvertire un bruciore ai muscoli del tronco e capì che stava subentrando l’ipossia.

All’improvviso comparve un volto bellissimo e spettrale, che guardava in giù verso di lui. Era Katherine. I suoi lineamenti dolci parevano quasi eterei attraverso lo strato di liquido. I loro sguardi si incontrarono e, per un istante, Langdon pensò di essere salvo. Katherine! Poi sentì le sue urla soffocate di terrore e capì che era trattenuta lì dal loro rapitore. Quel mostro tatuato la costringeva a guardare quanto stava per accadere.

Katherine, mi dispiace…

In quello strano luogo oscuro, intrappolato sott’acqua, Langdon si sforzava di accettare che quelli sarebbero stati i suoi ultimi istanti di vita. Presto avrebbe cessato di esistere… tutto ciò che era… o era mai stato… o sarebbe stato… stava finendo. Quando il suo cervello fosse morto, tutti i ricordi contenuti nella materia grigia, insieme alle conoscenze acquisite, si sarebbero semplicemente dissolti in una sequenza di reazioni chimiche.

In quel momento Langdon comprese la profonda futilità del proprio essere nell’universo. Era la sensazione più triste e avvilente che avesse mai provato. Fu quasi grato quando capì di non riuscire più a trattenere il respiro.

Il momento era arrivato.

I polmoni di Langdon espulsero il contenuto ormai impoverito, collassando, pronti a inalare. Ma lui si trattenne ancora un istante. Il suo ultimo istante di vita. Poi, come un naufrago aggrappato a uno scoglio, si abbandonò al proprio destino.

II riflesso condizionato ebbe la meglio sulla ragione. Le sue labbra si aprirono. I polmoni si espansero. E il liquido entrò.

II dolore che gli riempì il petto era più forte di quanto potesse immaginare. Penetrando nei polmoni, il liquido gli causò un forte bruciore. Immediatamente la fitta arrivò al cervello e Langdon ebbe l’impressione che gli stessero stringendo la testa in una morsa. Sentì un gran rimbombo nelle orecchie e, sopra questo, Katherine Solomon che urlava.

Poi un lampo di luce abbagliante.

E il buio.

Per Robert Langdon era arrivata la fine.

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