Dove diavolo mi stanno portando?
Bellamy era ancora incappucciato nel SUV. Fatta una breve sosta davanti alla Biblioteca del Congresso, l’auto era ripartita e si era fermata di nuovo… un minuto dopo. Doveva aver percorso al massimo un isolato.
Sentì alcune voci sommesse.
«No… impossibile…» diceva qualcuno in tono autoritario. «A quest’ora è chiuso…»
L’uomo alla guida del SUV replicò, altrettanto perentorio: «Indagini… CIA… sicurezza nazionale…». Evidentemente, sia la risposta sia le sue credenziali erano state convincenti, perché il tono cambiò di colpo.
«Sì, certo… entrata di servizio…»
Si udì un rumore come della saracinesca di un garage che si alzava. Una voce chiese: «Vi accompagno dentro? Non vorrei che poi non riusciste a…».
«No, grazie. Abbiamo la chiave.»
Se la guardia era rimasta sorpresa, ormai era troppo tardi per protestare: il SUV era ripartito. Dopo una cinquantina di metri, si fermò. La saracinesca si richiuse.
Silenzio.
Bellamy si rese conto di tremare.
La portiera si aprì e Bellamy si sentì afferrare sotto le ascelle e trascinare giù dalla macchina. Senza dire una parola, i suoi sequestratori lo fecero avanzare in uno spazio vuoto, dove c’era uno strano odore che lui non riuscì a identificare. Sentiva i passi di un’altra persona, che però non aveva ancora aperto bocca.
Si fermarono e Bellamy udì il rumore di una serratura magnetica. Una porta si aprì e lui venne accompagnato lungo una serie di corridoi, sempre più caldi e umidi. Una piscina, forse? No, l’odore non era di cloro. Era molto più… terroso.
Dove mi hanno portato? Sapeva solo che erano vicini al Campidoglio. Si fermarono nuovamente e Bellamy riconobbe il bip di una porta di sicurezza, che un momento dopo si aprì con un sibilo. Si sentì spingere all’interno e riconobbe l’odore, inconfondibile.
Aveva capito dove l’avevano condotto. Mio Dio! Ci andava spesso, anche se non passava mai dall’entrata di servizio. La splendida costruzione tutta vetri era a soli trecento metri dal Campidoglio e faceva parte del complesso. È sotto la mia responsabilità! In quel momento si rese conto che avevano usato la sua chiave.
Lo fecero camminare lungo un tortuoso percorso che conosceva molto bene. Il caldo umido di quel luogo in genere gli piaceva, ma quella sera gli sembrava soffocante. Era tutto sudato.
Che cosa siamo venuti a fare qui?
A un certo punto si fermarono e lo fecero sedere su una panchina, poi gli tolsero le manette il tempo sufficiente per agganciargliele allo schienale.
«Che cosa volete da me?» chiese Bellamy, con il cuore che gli batteva forte.
Nessuna risposta: solo un rumore di scarpe pesanti sul pavimento e poi lo scorrere di una porta a vetri.
Silenzio.
Silenzio di tomba.
Mi hanno mollato qui? Bellamy provò a liberarsi delle manette dietro la schiena, con il risultato che iniziò a sudare ancora più copiosamente. Non riesco nemmeno a togliermi il cappuccio!
«Aiuto!» gridò. «Qualcuno mi aiuti!»
Sapeva che nessuno lo avrebbe sentito. Quell’enorme serra, che chiamavano la "Giungla", aveva porte a tenuta stagna.
Mi hanno lasciato nella Giungla! pensò. Non mi troveranno fino a domattina.
Fu in quel momento che lo sentì.
Era un rumore sommesso, ma lo riempì di terrore come mai prima di allora. Qualcuno sta respirando. Incollato a me.
Non era solo, su quella panchina.
Udì il sibilo di un fiammifero, talmente vicino alla faccia che avvertì il calore della fiamma. Si spostò di lato e si fece male ai polsi.
Una mano gli sfiorò la faccia: gli stavano togliendo il cappuccio.
La fiamma illuminò gli occhi scuri di Inoue Sato. Stava accendendo la sigaretta che teneva fra le labbra, a pochi centimetri da lui.
Al chiarore della luna che filtrava attraverso il soffitto a vetrate, la donna gli lanciò un’occhiata gelida. Sembrava godere della sua paura.
«Allora, signor Bellamy» gli disse spegnendo il fiammifero. «Da dove vogliamo cominciare?»