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Katherine sentiva il freddo del tavolo di pietra sotto la schiena.

Nella mente le turbinavano senza sosta le immagini terribili della morte di Robert, insieme al pensiero di suo fratello. Sarà morto anche Peter? Come se non bastasse, l’insolito coltello appoggiato su un tavolo lì vicino continuava a farle venire dei flash di quello che probabilmente sarebbe capitato anche a lei.

Sarà davvero questa la fine?

Per quanto strano, si ritrovò d’un tratto a riflettere sulla sua ricerca… sulle scienze noetiche… e sui recenti progressi. Tutto perso… finito in fumo. Non avrebbe mai avuto la possibilità di condividere con il mondo quello che aveva imparato. La sua scoperta più scioccante era avvenuta solo qualche mese prima, e le conseguenze avrebbero potuto ridefinire l’attitudine degli esseri umani nei confronti della morte. Si stupì del fatto che ripensare in quel momento ai suoi esperimenti le procurasse un inaspettato sollievo.

Da giovane, Katherine si era spesso posta la domanda se ci fosse una vita dopo la morte. Esiste il paradiso? Cosa succede quando moriamo? Maturando, gli studi scientifici avevano rapidamente cancellato ogni nozione fantasiosa di paradiso, inferno e aldilà, e lei era giunta alla conclusione che il concetto di "vita dopo la morte" fosse una creazione umana, una favola destinata ad alleviare la terribile verità della nostra condizione mortale.

O almeno così credevo…

Un anno prima, Katherine e Peter avevano discusso una delle questioni più controverse della filosofia, l’esistenza dell’anima, e in particolare se gli esseri umani possedessero o no una specie di coscienza in grado di sopravvivere al di fuori del corpo.

Entrambi avevano la sensazione che l’anima umana extracorporea probabilmente esistesse, e la maggior parte delle filosofie antiche avallava quell’ipotesi. La tradizione buddhista e brahmanica ammetteva la metempsicosi, cioè la trasmigrazione dell’anima in un nuovo corpo dopo la morte; i platonici definivano il corpo "una prigione" dalla quale l’anima fuggiva e gli stoici chiamavano l’anima "apospasma tou theu" — una particella di Dio — e credevano che fosse reclamata da Dio dopo la morte.

L’esistenza dell’anima umana, aveva notato Katherine con una certa frustrazione, era con ogni probabilità un concetto che non sarebbe mai stato scientificamente dimostrato. Sostenere che la coscienza sopravvivesse al di fuori del corpo dopo la morte era come esalare uno sbuffo di fumo e sperare di ritrovarlo anni dopo.

In seguito alla loro discussione, a Katherine era venuta una strana idea. Suo fratello aveva menzionato il libro della Genesi e la descrizione che lì si faceva dell’anima come Neshemah: una specie di "intelligenza" spirituale separata dal corpo. Le era venuto in mente che la parola "intelligenza" suggeriva la presenza del "pensiero". Le scienze noetiche ipotizzavano esplicitamente che i pensieri fossero dotati di massa, quindi c’era ragione di credere che anche l’anima ne avesse una.

Posso pesare un’anima umana?

L’idea era impossibile, naturalmente… era sciocco persino concepirla.

Tre giorni dopo, però, Katherine si era svegliata di soprassalto da un sonno profondo e si era seduta di scatto sul letto. Si era alzata, era andata in auto al laboratorio e si era messa immediatamente al lavoro per progettare un esperimento che era al tempo stesso incredibilmente semplice… e terribilmente audace.

Non aveva la minima idea se avrebbe funzionato e aveva quindi deciso di non parlarne con Peter finché non l’avesse portato a termine. C’erano voluti quattro mesi, ma alla fine Katherine aveva invitato suo fratello al Cubo. Aveva tirato fuori una grossa macchina su rotelle che teneva nascosta nel locale di alimentazione.

"L’ho progettata e costruita da sola" aveva detto a Peter mostrandogli la sua invenzione. "Indovina cos’è…"

Suo fratello aveva guardato la strana apparecchiatura. "Un’incubatrice?"

Katherine aveva riso e scosso la testa, anche se era un’ipotesi plausibile. Il congegno assomigliava davvero abbastanza alle incubatrici trasparenti per i neonati prematuri che si vedono in ospedale. Quella, però, era di dimensioni adatte per accogliere un adulto: una lunga capsula di plastica trasparente a tenuta stagna, simile a una specie di bozzolo futuristico per dormire, montata sopra un grosso dispositivo elettronico.

"Vediamo se questo ti aiuta a indovinare" gli aveva detto Katherine infilando la spina in una presa elettrica. Si era acceso un display digitale, con i numeri che impazzivano mentre lei calibrava alcuni quadranti.

Quando tutto era a posto, sul display si leggeva:

0,0000000000 kg

"Una bilancia?" le aveva chiesto Peter.

"Ma non una bilancia qualunque." Katherine aveva preso un minuscolo foglietto di carta da un ripiano lì vicino e l’aveva posato delicatamente sulla capsula. I numeri sul display erano impazziti un’altra volta e poi si erano assestati su una nuova lettura:

0,0008194325 kg

"Una microbilancia d’alta precisione" gli aveva spiegato. "La risoluzione arriva fino a qualche microgrammo."

Peter era sembrato perplesso. "Hai costruito una bilancia di precisione per… gli uomini?"

"Esattamente." Katherine aveva sollevato il coperchio trasparente della macchina. "Una persona dentro questa capsula, con il coperchio abbassato, si trova in un sistema completamente sigillato. Non può entrare e non può uscire niente. Né gas, né liquido, né particelle di polvere. Nulla può sfuggire… non le esalazioni del respiro, né il sudore che evapora, né i fluidi corporei."

Peter si era passato una mano tra i folti capelli grigi, un gesto nervoso ricorrente che era tipico anche di Katherine. "Mmh… ovviamente una persona morirebbe nel giro di pochissimo tempo."

Lei aveva annuito. "Più o meno in sei minuti, a seconda del ritmo del respiro."

Peter si era voltato a guardarla. "Non capisco."

Katherine aveva sorriso. "Capirai."

Voltando le spalle alla macchina, Katherine aveva preceduto il fratello nella sala controllo e lo aveva fatto sedere davanti alla parete al plasma. Aveva cominciato poi a battere sulla tastiera per richiamare una serie di file video archiviati nei drive olografici. Quando lo schermo si era acceso con un guizzo, le immagini che avevano iniziato a scorrere sotto i loro occhi sembravano riprese fatte con una videocamera amatoriale.

Nel filmato, l’obiettivo faceva una panoramica su una stanza modesta con un letto disfatto, flaconi di medicinali, un respiratore e un monitor cardiaco. Peter era sembrato sempre più perplesso mentre la videocamera terminava la carrellata soffermandosi, più o meno al centro della stanza, sul congegno di Katherine.

Peter aveva sbarrato gli occhi. "Ma che…?"

Il coperchio trasparente della capsula era sollevato e dentro era sdraiato un uomo molto anziano con una mascherina per l’ossigeno. In piedi accanto alla macchina c’erano la moglie, anche lei in là con gli anni, e un’infermiera. Il respiro dell’uomo era difficoltoso e lui aveva gli occhi chiusi.

"L’uomo nella capsula era un mio professore di scienze a Yale" aveva spiegato Katherine. "Ci siamo tenuti in contatto nel corso degli anni. È molto malato ed è sempre stato un suo desiderio donare il proprio corpo alla scienza, così quando gli ho spiegato la mia idea per questo esperimento ha voluto subito prenderne parte."

Peter era ammutolito per lo stupore mentre guardava la scena che si svolgeva davanti ai suoi occhi.

L’infermiera a quel punto si era rivolta alla moglie. "È arrivato il momento. Lui è pronto."

L’anziana donna si era asciugata gli occhi pieni di lacrime e aveva annuito, calma ma decisa: "Va bene".

Con un gesto delicato, l’infermiera aveva allungato una mano nella capsula per togliere la mascherina all’uomo, che si era agitato un attimo, senza aprire gli occhi. Poi l’infermiera aveva spostato da un lato il respiratore e gli altri macchinari, lasciando l’anziano nella capsula totalmente isolato al centro della stanza.

La moglie si era avvicinata al marito in fin di vita, si era chinata e gli aveva baciato delicatamente la fronte. Lui, senza aprire gli occhi, aveva mosso le labbra, in un accenno di sorriso affettuoso.

Senza la mascherina per l’ossigeno, il respiro dell’uomo si era fatto rapidamente più difficoltoso. Era chiaro che la fine era vicina. Con una forza e una calma ammirevoli, la moglie aveva abbassato lentamente il coperchio trasparente della capsula per sigillarla, esattamente come le aveva spiegato Katherine.

Peter si era agitato sulla sedia, preoccupato. "Per l’amor di Dio, Katherine… cosa…?"

"È tutto sotto controllo" gli aveva sussurrato lei. "C’è aria a sufficienza nella capsula." Aveva visto quel video decine di volte, ormai, ma le faceva ancora accelerare il battito cardiaco. Aveva indicato la bilancia sotto la capsula con dentro l’uomo morente. I numeri digitali segnavano:

51,4534644 kg

"Quello è il peso corporeo" aveva detto Katherine.

Il respiro dell’uomo diventava più superficiale, e Peter si era sporto in avanti, impietrito.

"È quello che desiderava lui" aveva sussurrato Katherine. "Guarda cosa succede."

La moglie nel frattempo aveva fatto un passo indietro, si era seduta sul letto e lo guardava in silenzio insieme all’infermiera.

Nel corso dei sessanta secondi successivi, il ritmo della respirazione superficiale dell’anziano professore aveva accelerato; poi, a un tratto, come se lui stesso avesse scelto il momento, l’uomo aveva esalato l’ultimo respiro. Tutto si era fermato.

Era finita.

La moglie e l’infermiera si consolavano sottovoce a vicenda.

Non succedeva nient’altro.

Dopo qualche secondo, Peter aveva guardato Katherine con un’espressione chiaramente confusa.

Aspetta, aveva pensato lei invitandolo a fissare di nuovo il display digitale della capsula, ancora acceso a indicare il peso dell’uomo appena morto.

E poi era successo.

Quando Peter se n’era accorto, aveva fatto un balzo all’indietro, cadendo quasi dalla sedia. "Ma… quello è…" Si era coperto la bocca scioccato. "Non posso…"

Succedeva raramente che il grande Peter Solomon rimanesse senza parole. Anche Katherine aveva avuto la stessa reazione la prima volta che aveva visto quello che era accaduto.

Qualche istante dopo la morte dell’uomo, i numeri sulla bilancia erano cambiati. Lui era diventato più leggero subito dopo avere esalato l’ultimo respiro. La variazione di peso era minima, ma misurabile… e le implicazioni erano decisamente inconcepibili.

Katherine si ricordava che, mentre guardava il video nel laboratorio, aveva scritto i suoi appunti con mano tremante: "Sembra esserci un ’materiale’ invisibile che esce dal corpo umano al momento della morte. Ha massa quantificabile, non ostacolata da barriere fisiche. Devo ipotizzare che si muova in una dimensione che non riesco ancora a percepire".

Dall’espressione scioccata sul volto del fratello, Katherine aveva capito che anche lui comprendeva il significato di ciò che aveva visto. "Katherine…" aveva balbettato sbarrando gli occhi grigi come per sincerarsi di non sognare. "Penso che tu abbia appena pesato l’anima umana."

C’era stato un lungo silenzio.

Katherine avvertiva che Peter stava cercando di elaborare tutte le implicazioni gravi e meravigliose. Ci vorrà tempo. Se ciò a cui avevano assistito era davvero ciò che sembrava — e cioè la prova che l’anima, o la coscienza, o la forza vitale, potesse esistere oltre i limiti del corpo -, allora si era appena gettata una nuova luce sorprendente su innumerevoli questioni mistiche: la trasmigrazione, la coscienza cosmica, le esperienze ai confini della morte e quelle extracorporee, l’osservazione a distanza, il sogno lucido e così via. Le riviste di medicina erano piene di storie di pazienti che erano morti sul tavolo operatorio, avevano visto il proprio corpo dall’alto e poi erano stati riportati in vita.

Peter era silenzioso, e in quel momento Katherine si era accorta che aveva le lacrime agli occhi. Lo capiva: anche lei aveva pianto. Peter e Katherine avevano perso delle persone care e, per chiunque in quella situazione, il minimo accenno alla possibilità che lo spirito umano continuasse a vivere dopo la morte portava un barlume di speranza.

Sta pensando a Zachary, si era detta Katherine riconoscendo la profonda malinconia negli occhi di suo fratello. Per anni Peter aveva sopportato il fardello di avere la responsabilità della morte di suo figlio. Aveva confessato a Katherine innumerevoli volte che lasciare Zachary in prigione era stato il peggiore errore che avesse fatto in vita sua e che non sarebbe mai riuscito a perdonarsi.

Una porta che sbatteva attirò l’attenzione di Katherine e di colpo lei si ritrovò di nuovo nello scantinato, sdraiata su un freddo tavolo di pietra. La porta metallica in cima alla rampa si era chiusa rumorosamente e l’uomo tatuato stava scendendo. Lo sentì entrare in una stanza lungo il corridoio, armeggiare là dentro e poi continuare verso quella in cui si trovava lei. Quando lo vide, si accorse che stava spingendo qualcosa davanti a sé. Qualcosa di pesante… su ruote. Lo guardò sbalordita. L’uomo tatuato stava spingendo una persona su una sedia a rotelle.

Razionalmente il cervello di Katherine riconobbe quella persona, ma dal punto di visto emotivo la sua mente non riusciva ad accettarlo.

Peter?

Non sapeva se essere felice che suo fratello fosse vivo… oppure inorridita. Il corpo di Peter era stato completamente rasato. I suoi folti capelli grigi non c’erano più, come pure le sopracciglia, e la pelle glabra luccicava quasi fosse stata spalmata d’olio. Indossava una veste di seta nera e, nel punto dove si sarebbe dovuta trovare la sua mano destra, c’era soltanto un moncherino, fasciato in un bendaggio appena rifatto. Gli occhi addolorati di Peter cercarono quelli della sorella, pieni di rammarico e dispiacere.

«Peter!» gridò Katherine.

Lui cercò di parlare, ma gli uscirono solo suoni gutturali e smorzati e Katherine si accorse che era stato legato alla sedia a rotelle e imbavagliato.

L’uomo tatuato allungò una mano e accarezzò delicatamente la testa rasata di Peter. «Ho preparato tuo fratello per un grande evento. Lui ha un ruolo da svolgere questa sera.»

Katherine si irrigidì. No…

«Tra un momento io e Peter ce ne andremo, ma ho pensato che ti avrebbe fatto piacere dirgli addio.»

«Dove lo stai portando?» gli chiese con un filo di voce.

Lui sorrise. «Noi due dobbiamo fare un viaggio alla montagna sacra. È lì che si trova il tesoro. La piramide massonica ha rivelato l’ubicazione. Il tuo amico Langdon è stato molto utile in tal senso. »

Katherine guardò il fratello negli occhi. «Ha ucciso… Robert.»

Sul volto di Peter si dipinse un’espressione angosciata e lui cominciò a scuotere la testa violentemente, come se non riuscisse più a sopportare altro dolore.

«Su, su, Peter» gli disse l’uomo accarezzandogli di nuovo la testa. «Non lasciare che ciò rovini questo momento. Saluta la tua sorellina. Sarà la vostra ultima riunione familiare.»

Katherine si sentì travolgere dalla disperazione. «Perché ci stai facendo questo?» gridò. «Che cosa ti abbiamo fatto? Perché odi così tanto la nostra famiglia?»

L’uomo tatuato le si avvicinò e le parlò con le labbra attaccate all’orecchio. «Ho le mie ragioni, Katherine.» Poi andò al tavolino e prese lo strano coltello. Glielo accostò alla faccia e fece scorrere la lama lucida lungo la sua guancia. «Questo è probabilmente il più famoso coltello della storia.»

Katherine non sapeva niente di coltelli, ma quello sembrava antico e carico di presagi. La lama pareva affilata come un rasoio.

«Non ti preoccupare» le disse. «Non ho intenzione di sprecare il suo potere su di te. Lo riservo a un sacrificio più degno… in un luogo più sacro.» Si rivolse a Peter. «Tu riconosci questo coltello, vero?»

Gli occhi di Peter erano sbarrati per la paura, mescolata all’incredulità.

«Sì, Peter, questo antico manufatto esiste ancora. Entrarne in possesso mi è costato un occhio della testa… e l’ho tenuto in serbo per te. Finalmente noi due possiamo terminare insieme il nostro doloroso viaggio.»

Detto questo, avvolse il coltello con cura in un panno insieme a tutti gli altri suoi oggetti cerimoniali — incenso, fiale contenenti dei liquidi, stoffe di seta bianca… -, che poi infilò nella borsa in pelle di Langdon insieme alla piramide massonica e alla cuspide.

Katherine lo guardò impotente mentre chiudeva la cerniera e tornava a rivolgersi a suo fratello.

«Ti dispiace tenerla tu, Peter?» Gli mise in grembo la pesante borsa.

Poi si avvicinò a un cassetto e cominciò a rovistarci dentro. Katherine sentiva dei piccoli oggetti di metallo che tintinnavano. Quando tornò da lei, le prese il braccio destro tenendoglielo fermo. Katherine non riusciva a vedere che cosa stesse facendo, invece Peter a quanto pareva sì, a giudicare da come aveva cominciato ad agitarsi.

Katherine d’un tratto avvertì un pizzico acuto nell’incavo del braccio e si sentì pervadere da uno strano calore. Peter stava emettendo mugolii incomprensibili e cercava invano di alzarsi dalla pesante sedia a rotelle. Katherine provò una sensazione di freddo intorpidimento che le si diffondeva nell’avambraccio fino ai polpastrelli.

Quando l’uomo tatuato si spostò, lei si rese conto del motivo per cui suo fratello era così inorridito. L’uomo le aveva infilato un ago in vena, come per prelevarle il sangue. L’ago, però, non era collegato a nessun tubicino e il suo sangue scorreva liberamente fuori… colandole lungo il gomito, l’avambraccio e finendo sul tavolo di pietra.

«Una clessidra umana» disse l’uomo tatuato rivolgendosi a Peter. «Fra poco, quando ti chiederò di interpretare il tuo ruolo, voglio che ti immagini Katherine… che muore qui da sola, al buio.»

L’espressione di Peter comunicava tutto il suo tormento.

«Resterà in vita per un’ora, più o meno» gli spiegò. «Se coopererai con me senza tante storie, mi rimarrà abbastanza tempo per tornare a salvarla. Naturalmente, se opporrai resistenza… tua sorella morirà.»

Peter mugugnò qualcosa di incomprensibile attraverso il bavaglio.

«Lo so, lo so che per te è difficile» disse l’uomo tatuato posando una mano sulla spalla di Peter. «Ma in fondo non dovrebbe esserlo poi tanto. Dopotutto, non è la prima volta che abbandoni un membro della tua famiglia.» Fece una pausa, poi si chinò e gli sussurrò all’orecchio: «Ovviamente sto pensando a tuo figlio Zachary, nella prigione di Kartal».

Peter strattonò i legacci ed emise un altro grido, attutito dal bavaglio sulla bocca.

«Smettila!» urlò Katherine.

«Mi ricordo bene quella notte» proseguì l’uomo mentre finiva di raccogliere le cose che gli servivano. «Ho sentito tutto. La guardia ti ha proposto di lasciare libero tuo figlio, invece tu hai preferito dare una bella lezione a Zachary… abbandonandolo. E il tuo ragazzo l’ha imparata la lezione, vero?» L’uomo sorrise. «Morte sua… vita mia.»

Prese poi una pezza di lino e la infilò in profondità nella bocca di Katherine.

«La morte» le sussurrò «dovrebbe essere tranquilla.»

Peter si dibatté violentemente. Senza dire altro, l’uomo tatuato fece indietreggiare la sedia a rotelle e uscì dalla stanza, lasciando che Peter desse una lunga occhiata alla sorella.

Katherine e Peter si fissarono per l’ultima volta, poi lui sparì.

Katherine li udì allontanarsi lungo il corridoio, oltre la porta di metallo. Sentì l’uomo tatuato chiudere a chiave dall’esterno e poi proseguire oltre il quadro delle Tre Grazie. Qualche minuto dopo, udì un motore che si avviava.

Poi il palazzo sprofondò nel silenzio.

Da sola al buio, Katherine rimase sdraiata a dissanguarsi.

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