Mark Zoubianis, esperto in sicurezza dei sistemi informatici, sprofondò ancora di più nel futon e aggrottò la fronte mentre leggeva sullo schermo del suo laptop.
Che cavolo di indirizzo è mai questo?
I suoi migliori trucchi da hacker si stavano rivelando del tutto inefficaci nel tentativo sia di aprire il documento sia di smascherare il misterioso indirizzo IP di Trish. Erano già passati dieci minuti e il programma di Zoubianis continuava a infrangersi contro i firewall, che a quel punto lasciavano ben poche speranze di penetrazione. Non c’è da stupirsi che mi paghino così tanto. Stava per riprogrammare il tutto e tentare un approccio diverso quando squillò il telefono.
Cristo santo, Trish, ti ho detto che avrei chiamato io. Tolse il volume alla partita di football e rispose. «Sì?»
«Parlo con Mark Zoubianis?» domandò una voce maschile. «Residente al 357 di Kingston Drive a Washington?»
Zoubianis sentiva altre conversazioni smorzate in sottofondo. Telemarketing durante i playoff? Sono matti? «Mi lasci indovinare: ho vinto una settimana ad Anguilla?»
«No» rispose la voce senza alcuna traccia di umorismo. «Questa è la sicurezza informatica della CIA. Ci piacerebbe sapere come mai lei sta tentando di entrare in uno dei nostri database segretati.»
Nel seminterrato del Campidoglio, negli ampi spazi del centro visitatori, l’agente di sicurezza Nunez chiuse a chiave le porte d’ingresso come faceva tutte le sere a quell’ora. Mentre ripercorreva il pavimento di marmo, ripensò all’uomo tatuato con il cappotto militare.
L’ho lasciato entrare io. Nunez si chiese se il giorno dopo avrebbe ancora avuto un lavoro.
Era quasi arrivato alla scala mobile quando dei colpi improvvisi lo fecero voltare. Guardò in direzione dell’ingresso principale e vide all’esterno un anziano afroamericano che picchiava sul vetro con la mano aperta e gli faceva segno di voler entrare.
Nunez scosse la testa, indicando l’orologio che aveva al polso.
L’uomo picchiò di nuovo e si spostò alla luce. Indossava un impeccabile abito blu e i capelli, che andavano ingrigendo, erano cortissimi. Il polso di Nunez accelerò. Merda. Perfino da lontano, Nunez lo riconobbe. Si affrettò verso l’ingresso e aprì la porta. «Mi scusi, signore. Prego, entri pure.»
Warren Bellamy, l’architetto del Campidoglio, varcò la soglia e ringraziò l’agente di sicurezza con un educato cenno del capo. Bellamy era agile e snello, con un portamento eretto e uno sguardo penetrante che comunicavano la disinvoltura di chi ha il totale controllo del proprio ambiente. Erano venticinque anni che Bellamy prestava servizio quale supervisore del Campidoglio degli Stati Uniti.
«Posso esserle utile, signore?» gli chiese Nunez.
«Sì, grazie.» Laureato in un’università Ivy League del Nordest, la sua dizione era così corretta da farlo quasi sembrare un inglese. «Ho appena saputo che qui stasera c’è stato un incidente.» Sembrava estremamente allarmato.
«Sì, signore. È stato…»
«Dov’è Anderson?»
«Di sotto, con il direttore Sato dell’Office of Security della CIA.»
Gli occhi di Bellamy si spalancarono per la preoccupazione. «La CIA è qui?»
«Sì, signore. Sato è arrivata praticamente subito dopo l’incidente.»
«Perché?» domandò Bellamy.
Nunez si strinse nelle spalle. Come se avessi potuto chiederglielo,
Bellamy si avviò a grandi passi verso le scale mobili. «Dove si trovano adesso?»
«Sono appena scesi ai livelli sotterranei.» Nuhez si affrettò dietro l’architetto.
Bellamy si voltò con un’espressione preoccupata. «Nei sotterranei? E perché?»
«Non lo so… L’ho appena sentito via radio.»
L’architetto ora stava camminando più rapidamente. «Mi accompagni subito da loro.»
«Sì, signore.»
Mentre si affrettavano attraverso il grande spazio, Nunez intravide un massiccio anello d’oro al dito di Bellamy.
L’agente prese in mano la radio. «Avverto il capo che lei sta scendendo.»
«No.» Gli occhi dell’architetto lampeggiarono pericolosamente. «Preferisco non essere annunciato.»
Nunez aveva già commesso alcuni gravi errori quella sera, ma non avvertire il responsabile della sicurezza che in quel momento l’architetto si trovava nell’edificio sarebbe stato l’ultimo. «Signore?» cominciò, a disagio. «Io credo che il capo preferirebbe…»
«Lei è consapevole che il signor Anderson è un mio sottoposto?» lo interruppe Bellamy.
Nunez annuì.
«Allora penso che il signor Anderson preferirebbe che lei obbedisse ai miei ordini.»