Un quadrato magico. Katherine annuì nel vedere la griglia di numeri nell’incisione di Dürer. Capì che Langdon aveva ragione, anche se molti forse l’avrebbero preso per pazzo.
I quadrati magici non hanno nulla di mistico. Sono un gioco matematico: una tabella di numeri disposti in maniera da dare la stessa somma in tutte le file, in verticale, in orizzontale e in diagonale. Creati quattromila anni fa da matematici egizi e indiani, continuano a essere considerati magici da molte persone. Katherine aveva letto che ancora oggi in India, nei riti puja, si usa disegnare sugli altari quadrati magici di nove numeri, detti "Kubera Kolam". In generale, tuttavia, l’uomo moderno li ha relegati al ruolo di gioco enigmistico, solo per appassionati. Una specie di Sudoku per geni.
Katherine osservò il quadrato di Dürer, calcolando mentalmente.
«Il risultato è 34» dichiarò. «Se sommi i numeri di qualsiasi fila, ottieni sempre 34.»
«Esattamente» rispose Langdon. «Sapevi che questo quadrato è famoso perché Dürer è riuscito in un’impresa praticamente impossibile?»
Mostrò a Katherine che a dare come risultato 34 non erano soltanto le file orizzontali, verticali e diagonali, ma anche i quattro quadranti in cui poteva essere divisa la tabella, il quadrato formato dai quattro numeri al centro e persino i quattro angoli.
«Per di più, Dürer riuscì anche a mettere in basso al centro i numeri 15 e 14, in modo da datare la sua formidabile impresa.»
Katherine constatò, strabiliata, che era proprio così.
Il tono di Langdon si fece più concitato. «E straordinario che Melancolia I rappresenti il primo quadrato magico mai raffigurato
in un’opera d’arte europea. Secondo alcuni storici, per Düreùera un modo per comunicare in ma misteri erano usciti dalle scuole egizie ed erano ormai custoditi dalle società segrete europee.» Dopo un attimo di silenzio, aggiunse: «E questo ci riporta a noi».
Indicò il foglio sul quale aveva copiato la sequenza di lettere della piramide.
«Riconosci il modello?» chiese Langdon. «Immagino che ormai ti sarà familiare.»
«Un quadrato quattro per quattro.»
Lui prese una matita e trascrisse il quadrato magico di Dürer di fianco alla griglia di lettere. Katherine capì che a quel punto sarebbe stato semplicissimo.
Langdon si fermò con la matita a mezz’aria: nonostante tutto il suo entusiasmo, esitava.
«Robert?»
Lui la guardò, titubante. «Sei sicura di volerlo fare? Peter ha detto espressamente che…»
«Robert, se non vuoi farlo tu, lo faccio da sola.» E allungò la mano per prendere la matita.
Langdon si arrese, rendendosi conto che non sarebbe riuscito a farle cambiare idea. Assegnò a ogni lettera della griglia un numero e le riordinò secondo la sequenza del quadrato magico di Dürer.
Quando ebbe finito, lesse il risultato insieme a Katherine.
Lei rimase un attimo perplessa. «Continua a non avere senso!» Langdon rifletté qualche istante, poi, con gli occhi che gli
brillavano, disse: «Veramente non è senza senso, Katherine: è
latino».
In un lungo corridoio buio, un anziano cieco avanzava trascinando i piedi verso il proprio studio. Quando finalmente vi arrivò, si lasciò cadere sulla sedia dietro la scrivania, esausto. Premette un tasto e ascoltò il messaggio in segreteria telefonica. "Sono Warren Bellamy" diceva sottovoce il suo amico e fratello. "Ho notizie a dir poco allarmanti…"
Katherine Solomon guardò di nuovo la griglia di lettere e questa volta identificò almeno una parola: Jeova.
Non aveva mai studiato il latino, ma quella parola le era familiare, avendo letto antichi testi ebraici. Jeova. Jehovah. Continuò a leggere e identificò anche le altre due parole.
Jeova sanctus unus.
Capì subito cosa volesse dire. Quelle tre parole ricorrevano numerose volte nelle traduzioni in latino delle scritture ebraiche.
Nella Torah, il Dio d’Israele veniva chiamato in molti modi -Jeova, Jehovah, Jeshua, Yahweh, la Sorgente, l’Elohim -, ma nelle versioni in latino tutti questi nomi erano stati riuniti in un unico appellativo, Jeova sanctus unus.
«Unico vero Dio» sussurrò Katherine fra sé. Non le sembrava che quella scoperta potesse aiutarli a salvare suo fratello. «E questo sarebbe il segreto della piramide? Unico vero Dio? Credevo che dovesse darci delle indicazioni geografiche…»
Anche Langdon era dubbioso e un po’ deluso. «La soluzione dell’enigma è giusta, però…»
«L’uomo che tiene prigioniero mio fratello vuole delle coordinate.» Lei si ravviò i capelli sistemandoseli dietro le orecchie. «Non credo che sarà molto contento.»
«Era proprio quello che temevo, Katherine» ammise Langdon con un sospiro. «È tutta la sera che ho la sensazione di stare sbagliando a trattare come reale una serie di miti e allegorie. Forse questa iscrizione conduce a un luogo metaforico… significa che il potenziale dell’uomo si può realizzare appieno soltanto attraverso l’unico vero Dio.»
«Ma non ha senso!» ribatté Katherine. Serrò le labbra. «La mia famiglia custodisce questa piramide da generazioni! Un unico vero Dio? È questo il suo segreto? E la CIA lo considera un problema di sicurezza nazionale? O qualcuno qui mente, oppure a noi sfugge qualcosa.»
Langdon si strinse nelle spalle. Era d’accordo.
In quel momento, gli squillò il cellulare.
In uno studio ingombro di antichi tomi, il vecchio era chino sulla scrivania e stringeva la cornetta nella mano deformata dall’artrosi. Il telefono suonava e suonava.
Dopo un bel po’, rispose una voce profonda ma titubante. «Pronto?»
«So che cerca protezione» sussurrò il vecchio.
L’uomo al telefono sembrava sorpreso. «Chi parla? È stato Warren Bellamy a…»
«Non faccia nomi, per carità» lo interruppe il vecchio. «Mi dica, è riuscito a proteggere la mappa che le è stata affidata?»
La risposta arrivò dopo un attimo. «Sì, ma… non credo sia molto importante. Ammesso che sia davvero una mappa, sembra più metaforica che…»
«No, le assicuro che non è una metafora: indica un luogo preciso. Mi raccomando, faccia in modo che resti al sicuro. Non serve che le dica quanto è importante. La stanno seguendo, ma se riuscirà a raggiungermi senza farsi scoprire, io le darò protezione… e risposte.»
L’uomo esitò.
«Amico mio» disse allora il vecchio, stando attento a come si esprimeva. «Esiste un luogo a Roma, a nord del Tevere, che contiene dieci pietre provenienti dal monte Sinai, una venuta direttamente dal cielo e una che reca le sembianze dell’oscuro padre di Luke. Lei sa di che luogo parlo?»
Dopo un momento di riflessione, l’altro rispose: «Sì, ho capito».
Il vecchio sorrise. Lo immaginavo, professore. «Venga subito. E stia attento a non farsi seguire.»