119

Nella sala all’ultimo piano della House of the Tempie, in piedi davanti al grande altare, l ’ u o m o c h e si era dato il n o m e M a l ’ a k h si massaggiava delicatamente la cute vergine sulla sommità del capo. Verbum significatium, salmodiava in preparazione di ciò che lo attendeva. Verbum omnificum. Finalmente l’ultimo elemento era stato trovato.

I tesori più preziosi sono spesso i più semplici.

Sopra l’altare fluttuavano le volute profumate che si alzavano dall’incensiere. I fumi si arrampicavano sul raggio di luce della luna, aprendo un canale verso il cielo lungo il quale un’anima liberata avrebbe potuto viaggiare senza ostacoli.

Era arrivato il momento.

Mal’akh afferrò la fiala che conteneva il sangue di Peter e la stappò. Sotto lo sguardo del suo prigioniero, intinse la penna di corvo nel liquido cremisi e poi la avvicinò al sacro cerchio sulla propria testa. Rimase immobile per un momento, pensando a tutto il tempo trascorso in attesa di quella notte. La sua grandiosa trasformazione era ormai vicinissima. Quando la Parola perduta verrà scritta sulla mente dell’uomo, egli sarà pronto a ricevere un potere inimmaginabile. Era quella l’antica promessa dell’apoteosi. Fino a quel momento l’umanità non era stata in grado di adempiere a quella promessa, e Mal’akh aveva fatto tutto ciò che aveva potuto perché le cose restassero così.

Con mano ferma, posò il pennino sulla cute. Non aveva bisogno di uno specchio né di aiuto: gli bastavano il senso del tatto e l’occhio della sua mente. Con lentezza e diligenza, cominciò a tracciare la Parola perduta all’interno dell’uroboro sullo scalpo.

Peter Solomon guardava con un’espressione piena di orrore.

Conclusa l’operazione, Mal’akh chiuse gli occhi, posò la penna ed espirò tutta l’aria che aveva trattenuto nei polmoni. Provava una sensazione che non aveva mai sperimentato in tutta la sua vita.

Sono completo.

Sono intero.

Mal’akh aveva lavorato per anni sull’opera d’arte che era il suo corpo e ora, mentre si avvicinava il momento della trasformazione suprema, riusciva ad avvertire ogni linea tracciata sulla carne. Sono un autentico capolavoro. Perfetto e completo.

«Ti ho dato quello che volevi» si intromise la voce di Solomon. «Manda qualcuno ad aiutare Katherine. E blocca quel file.»

Mal’akh aprì gli occhi e sorrise. «Io e te non abbiamo ancora finito.» Si voltò verso l’altare e prese in mano il coltello sacrificale, passando un dito sulla lucida lama di ferro. «Questo coltello venne forgiato su ordine di Dio perché fosse usato in un sacrificio umano. Lo avevi riconosciuto, vero?»

Gli occhi grigi di Peter erano come pietre. «È un pezzo unico. E sono al corrente della leggenda.»

«Leggenda? Il racconto è nelle Sacre Scritture. Tu non credi che sia vero?»

Peter si limitò a fissarlo.

Mal’akh aveva speso una fortuna per rintracciare e poi per ottenere quell’oggetto. Noto come il "coltello dell’aqedah", era stato forgiato più di tremila anni prima utilizzando una meteorite ferrosa caduta sulla terra. Ferro dal cielo, come lo definivano gli antichi mistici. Si riteneva che quello fosse il coltello usato da Abramo nell’aqedah — il quasi sacrificio del figlio Isacco sul monte Moria -, così come descritto nella Genesi. Nella stupefacente storia di quell’arma figurava anche il possesso da parte di papi, mistici nazisti, alchimisti europei e collezionisti privati.

Loro lo proteggevano e lo ammiravano, pensò Mal’akh. Ma nessuno ha mai osato servirsene per il suo vero scopo, liberandone tutto il potere. Quella notte il coltello dell’aqedah avrebbe realizzato il suo destino.

L’aqedah era sempre stato considerato sacro nel rituale massonico. Al primissimo grado, i massoni celebravano "il più augusto dono mai offerto a Dio… la sottomissione di Abramo alla volontà dell’Essere Supremo con l’offerta di Isacco, il suo primogenito…"

Il peso della lama sulla mano dava una sensazione esaltante a Mal’akh, che si chinò e utilizzò il coltello, affilato da poco, per tagliare le corde che legavano Peter alla sedia a rotelle. I legacci caddero sul pavimento.

Peter Solomon fece una smorfia di dolore tentando di muovere gli arti anchilosati. «Perché mi stai facendo questo? Cosa pensi di ottenere?»

«Tu, fra tutti, dovresti capirlo» rispose Mal’akh. «Studi le antiche tradizioni. Sai che il potere dei misteri si basa sul sacrificio… sulla liberazione di un’anima dal corpo. E stato così fin dall’inizio.»

«Tu non sai niente di sacrificio» ribatté Peter, la voce che ribolliva di dolore e odio.

Eccellente, pensò Mal’akh. Alimenta il tuo odio, renderà tutto più facile.

Con lo stomaco che gorgogliava, prese a camminare davanti al suo prigioniero. «C’è un enorme potere nel versare sangue umano. Tutti se ne sono sempre resi conto, dagli antichi egizi ai druidi celtici, dai cinesi agli aztechi. C’è magia nel sacrificio umano, ma l’uomo moderno è diventato debole, troppo timoroso per compiere autentici sacrifici, troppo fragile per offrire quella vita che viene richiesta per la trasformazione spirituale. Eppure gli antichi testi sono chiari: solo offrendo ciò che è più sacro, l’uomo può raggiungere il potere definitivo.»

«E tu consideri me un’offerta sacra?»

Mal’akh scoppiò a ridere. «Non hai ancora capito, vero?»

Peter lo guardò confuso.

«Sai perché a casa mia ho una vasca di deprivazione sensoriale?» Mal’akh si mise le mani sui fianchi ed esibì il corpo dalle decorazioni elaborate, tuttora coperto solo dal perizoma. «Io mi sono allenato… preparato… in vista del momento in cui sarò solo mente… quando mi sarò liberato di questo guscio mortale… quando avrò offerto questo corpo stupendo in sacrificio agli dèi. Io sono il prezioso! Io sono l’agnello puro e bianco!»

La bocca di Solomon si spalancò, ma non ne uscì alcun suono.

«Sì, Peter: un uomo deve offrire agli dèi ciò che ha di più caro. La sua colomba bianca più pura… il suo omaggio più degno e prezioso. E tu non sei affatto prezioso per me. Tu non sei un’offerta degna.» Mal’akh fissò il suo prigioniero. «Non capisci? Non sei tu il sacrificio, Peter… sono io. Mia è la carne che deve essere offerta. Io sono il dono. Guardami: mi sono preparato, ho reso me stesso degno del mio ultimo viaggio. Io sono il dono!»

Peter era senza parole.

«Il segreto è come si muore» continuò Mal’akh. «I massoni se ne rendono conto.» Indicò l’altare. «Voi riverite le antiche verità e tuttavia siete dei codardi. Comprendete il potere del sacrificio, però vi tenete a distanza di sicurezza dalla morte, celebrando i vostri finti omicidi e innocui rituali di morte. Questa sera il tuo altare simbolico sarà testimone del suo vero potere… e del suo più autentico scopo.»

Mal’akh si chinò, afferrò la mano sinistra di Peter Solomon e gli premette sulla palma il manico del coltello. La mano sinistra è al servizio del buio. Anche quel particolare era stato programmato. Solomon non avrebbe avuto scelta. Mal’akh non riusciva a immaginare sacrificio più potente e simbolico di quello che sarebbe stato celebrato su quell’altare, da quell’uomo, con quel coltello conficcato nel cuore di un’offerta la cui carne mortale era avvolta come un dono in un sudario di simboli mistici.

Con quell’offerta di sé, Mal’akh avrebbe stabilito il suo rango nella gerarchia dei demoni. Il vero potere era nel buio e nel sangue. Gli antichi lo sapevano e gli adepti sceglievano da che parte schierarsi a seconda della propria natura individuale. Mal’akh aveva scelto con saggezza. Il caos era la legge naturale dell’universo. L’indifferenza il motore dell’entropia. E l’apatia dell’uomo rappresentava il terreno fertile nel quale gli spiriti dell’oscurità coltivavano i semi che avevano piantato.

Io li ho serviti e loro mi accoglieranno come un dio.

Immobile, Peter fissava il coltello che stringeva nella mano

«Io te lo impongo» disse Mal’akh. «Io sono la vittima volon taria del sacrificio. Il tuo ruolo finale è stato scritto. Tu mi trasformerai. Mi libererai dal mio corpo. Lo farai, oppure perderai tua sorella. E anche la tua fratellanza. Resterai davvero solo.» Fece una pausa, sorridendo al suo prigioniero. «Considerala la tua punizione conclusiva.»

Peter alzò lentamente lo sguardo fino a incontrare quello di Mal’akh. «Uccidere te una punizione? E tu credi che esiterò? Hai ammazzato mio figlio. Mia madre. Tutta la mia famiglia.»

«No!» Mal’akh esplose con una violenza che sorprese perfino lui stesso. «Ti sbagli! Non sono stato io a uccidere la tua famiglia! Sei stato tu! Sei stato tu a decidere di lasciare Zachary in prigione! Ed è stato in quel momento che tutto si è messo in moto. Tu hai ucciso la tua famiglia, Peter, non io!»

Solomon stringeva il coltello con tale rabbia che le nocche erano diventate bianche. «Tu non sai niente del perché ho lasciato Zachary in prigione.»

«Io so tutto! Io c’ero. Dicevi che volevi aiutarlo. Stavi cercando di aiutarlo quando gli hai chiesto di scegliere tra ricchezza e saggezza? Stavi cercando di aiutarlo quando gli hai dato l’ultimatum perché entrasse nella massoneria? Che razza di padre è quello che costringe il figlio a scegliere tra "ricchezza e saggezza" e si aspetta che lui sappia decidere? Che razza di padre è quello che lascia suo figlio in galera invece di riportarlo a casa al sicuro?» Mal’akh si piazzò davanti a Peter, si chinò e avvicinò la faccia tatuata a pochi centimetri da quella del suo prigioniero. «Ma, soprattutto, che razza di padre è quello che può guardare suo figlio negli occhi… anche se dopo tanti anni… senza riconoscerlo?»

Le parole di Mal’akh echeggiarono a lungo nella sala di pietra.

Poi, silenzio.

In quella quiete improvvisa, Peter Solomon sembrò riscuotersi di colpo dalla sua trance. Il viso ora era congelato in un’espressione di assoluta incredulità.

Sì, padre. Sono io. Erano anni che Mal’akh aspettava quel momento… per vendicarsi dell’uomo che lo aveva abbandonato… per guardare in quegli occhi grigi e affermare la verità che era rimasta sepolta per tutti quegli anni. Adesso il momento era arrivato, e Mal’akh parlò con lentezza, ansioso di vedere l’anima di Peter Solomon schiacciata a poco a poco dal peso delle sue parole. «Dovresti essere felice, padre. Il tuo figliol prodigo è tornato.»

Il viso di Solomon era di un pallore cadaverico.

Mal’akh assaporava ogni istante. «È stato il mio stesso padre a decidere di lasciarmi in prigione… e in quell’istante ho giurato a me stesso che sarebbe stata l’ultima volta che mi respingeva. Non ero più suo figlio. Zachary Solomon non esisteva più.»

Due lacrime scintillanti riempirono gli occhi di Peter, e Mal’akh pensò che erano la cosa più bella che avesse mai visto.

Peter ricacciò indietro le lacrime e guardò il viso di Mal’akh come se lo vedesse per la prima volta.

«Tutto ciò che voleva il direttore del carcere era denaro» continuò Mal’akh. «Ma tu hai rifiutato di darglielo. Però non ti è mai passato per la mente che i miei dollari erano verdi esattamente come i tuoi. E al direttore non interessava da chi li avrebbe avuti, gli importava solo essere pagato. Quando gli ho offerto una grossa cifra, lui ha scelto un detenuto malato più o meno della mia corporatura, gli ha fatto indossare i miei vestiti e lo ha pestato fino a renderlo irriconoscibile. Le fotografie che hai visto… e la bara sigillata che hai sepolto… non erano mie. Erano di un estraneo.»

La faccia di Peter, rigata di lacrime, si contorse in una smorfia di angoscia e di incredulità. «Oh, mio Dio… Zachary.»

«Non più. Quando Zachary è uscito da quella prigione, era già trasformato.»

Aveva riempito il suo giovane corpo di anabolizzanti e di ormoni della crescita mutando drasticamente il suo fisico da adolescente e il viso infantile. Perfino le corde vocali si erano modificate, rendendo la sua voce di ragazzo un costante sussurro.

Zachary era diventato Andros.

Andros era diventato Mal’akh.

E quella sera… Mal’akh si sarebbe evoluto nella sua incarnazione più gloriosa.

In quel momento, a Kalorama Heights, Katherine Solomon era in piedi davanti al cassetto aperto della scrivania e osservava ciò che poteva essere descritto solo come una collezione feticista di fotografie e vecchi articoli di giornali.

«Non capisco» disse voltandosi verso Bellamy. «Questo pazzo evidentemente era ossessionato dalla mia famiglia, ma…»

«Continua a guardare» la sollecitò Bellamy mettendosi a sedere. Sembrava ancora molto scosso.

Katherine frugò tra gli articoli, tutti relativi alla famiglia Solomon: i numerosi successi di Peter, le ricerche che lei stava svolgendo, il terribile omicidio della madre Isabel, l’uso di droghe di Zachary Solomon, ampiamente pubblicizzato, e il brutale omicidio del ragazzo in un carcere turco.

La fissazione di quell’uomo per la famiglia Solomon andava oltre il fanatismo, e tuttavia Katherine non vedeva nulla che potesse suggerirle il perché.

Fu in quel momento che vide le fotografie. Nella prima Zachary era al mare, nell’acqua azzurra che gli arrivava al ginocchio, in una spiaggia punteggiata di case imbiancate a calce. Grecia? Quella foto, pensò Katherine, poteva essere stata scattata solo durante i giorni della droga di Zach in Europa. Stranamente, però, suo nipote sembrava più sano di quanto fosse apparso negli scatti dei paparazzi, che mostravano un ragazzo emaciato che si godeva lo sballo con la sua combriccola di drogati. Qui Zach sembrava più in forma, in un certo senso più forte, più maturo. Katherine non ricordava di averlo mai visto con un aspetto così sano.

Perplessa, notò la data sulla foto.

Ma… è impossibile.

La fotografia risaliva a quasi un anno dopo la morte di Zachary in carcere.

Katherine cominciò a frugare disperatamente nel mucchio. Le immagini erano tutte di Zachary Solomon… sempre più adulto. La collezione sembrava essere una specie di autobiografia fotografica, la cronaca di una lenta trasformazione. Gli scatti andavano avanti nel tempo, e a un certo punto Katherine notò un mutamento graduale e spettacolare. Guardò con orrore il corpo di suo nipote che cominciava a cambiare, i muscoli che si gonfiavano, i lineamenti del viso che si modificavano per l’evidente uso massiccio di anabolizzanti. La mole del corpo appariva raddoppiata e negli occhi si era insinuata una ferocia ossessiva.

Non riesco a riconoscere quest’uomo!

Un uomo che non aveva nulla di ciò che ricordava del suo giovane nipote.

Quando arrivò alla fotografia in cui Zach compariva con la testa rasata, sentì che le ginocchia cominciavano a cederle. Poi vide l’immagine del corpo nudo… decorato con le prime tracce di tatuaggi.

Il cuore quasi le si fermò. «Oh, mio Dio…»

Загрузка...