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Katherine Solomon capì che stava cadendo… ma non sapeva perché.

Correva lungo il corridoio verso la guardia seduta al tavolo da pranzo quando, all’improvviso, i suoi piedi erano rimasti impigliati in un ostacolo invisibile e lei era stata scagliata in avanti, per aria.

Adesso stava tornando sulla terra… per l’esattezza su un parquet.

Katherine atterrò a pancia in giù e rimase senza fiato. Sopra di lei, un attaccapanni vacillò in equilibrio precario e poi le cadde quasi addosso, mancandola per un pelo. Sollevò la testa, ancora in apnea, sorpresa nel vedere che la donna non aveva mosso un muscolo. Fatto ancora più strano, alla base dell’attaccapanni caduto era legato un filo sottile teso di traverso nel corridoio.

Perché mai qualcuno dovrebbe… ?

«Katherine!» stava urlando Langdon. Quando lei si girò sulla schiena e guardò verso di lui, le si gelò il sangue nelle vene. Robert! Dietro di te! Cercò di urlare, ma era ancora senza fiato per la caduta. Non potè fare altro che restare a fissare, come in un ralenti dell’orrore, Langdon che correva lungo il corridoio per aiutarla, del tutto ignaro che alle sue spalle l’agente Hartmann stava barcollando sulla soglia, con le mani strette intorno alla gola. Il sangue gli schizzava attraverso le dita e lui cercava di afferrare il manico di un lungo cacciavite che gli spuntava dal collo.

Mentre Hartmann cadeva in avanti, il suo aggressore uscì allo scoperto. Doveva essersi nascosto nell’ingresso.

Oh, mio Dio… No!

L’uomo gigantesco, nudo tranne che per uno strano indumento che sembrava un perizoma, aveva il corpo muscoloso interamente coperto di strani tatuaggi. La porta d’ingresso si stava chiudendo e lui si lanciò lungo il corridoio verso Langdon.

L’agente Hartmann cadde a terra nello stesso istante in cui la porta si richiuse con un tonfo. Langdon, sorpreso, si voltò di scatto, ma l’uomo tatuato gli saltò addosso e gli puntò uno strano oggetto nella schiena. Ci fu un bagliore, seguito dal rumore di una scarica elettrica; Katherine vide Langdon irrigidirsi e poi accasciarsi a terra con gli occhi spalancati, paralizzato. Crollò sopra la borsa e la piramide rotolò fuori, sul pavimento.

Senza neppure degnare di uno sguardo la sua vittima, l’uomo tatuato scavalcò Langdon e si diresse verso di lei. Katherine, che stava già arretrando verso la sala da pranzo, andò a sbattere contro una sedia.

La guardia di sicurezza che c’era seduta sopra vacillò e cadde a terra, in una posa scomposta. La donna aveva uno straccio infilato in bocca e nel suo sguardo senza vita era rimasto impresso un terrore infinito.

Prima che Katherine avesse il tempo di reagire, l’uomo gigantesco l’aveva già raggiunta. Il suo volto, non più coperto dal trucco, era uno spettacolo terrificante. La afferrò per le spalle con una forza inverosimile e lei si sentì girare a pancia in giù come una bambola di pezza. L’aggressore le puntò un ginocchio contro la schiena e, per un attimo, lei pensò che l’avrebbe spezzata in due. Le afferrò le braccia e gliele immobilizzò dietro.

Con la testa voltata di lato e la guancia premuta contro il pavimento, Katherine vide il corpo di Langdon tremare, scosso dalle contrazioni. Dietro di lui, l’agente Hartmann giaceva immobile nell’ingresso.

Del metallo freddo le pizzicò i polsi e Katherine capì che l’uomo glieli stava legando con del filo. Terrorizzata, cercò di divincolarsi, ma il movimento le causò un dolore lancinante alle mani.

«Questo filo taglia se ti muovi» disse l’uomo finendo di bloccarle i polsi e passando, con spaventosa efficienza, alle caviglie.

Katherine gli mollò un calcio e lui la colpì con un pugno fortissimo alla natica destra, paralizzandole la gamba. Nel giro di pochi secondi anche le caviglie erano bloccate.

«Robert!» gridò lei ritrovando la voce.

Langdon si lamentava steso nel corridoio. Giaceva scomposto sopra la borsa, con la piramide di pietra per terra, a pochi centimetri dalla sua testa. Katherine capì che quella piramide era la sua ultima speranza.

«Abbiamo decifrato la piramide!» disse al suo aggressore. «Ti dirò tutto!»

«Sono certo che lo farai.» Con quelle parole, l’uomo tolse lo straccio dalla bocca della donna uccisa e lo infilò con forza in quella di Katherine.

Sapeva di morte.

Quel corpo non era il suo. Robert Langdon giaceva a terra, intorpidito e immobile, con la guancia premuta contro il parquet. Aveva sentito parlare degli storditori elettrici abbastanza per sapere che immobilizzavano le vittime mandando temporaneamente in tilt il sistema nervoso centrale. Questo provocava involontarie quanto violente contrazioni dei muscoli. Era come essere colpiti da un fulmine. Il dolore lancinante pareva pervadere ogni molecola del suo corpo. In quel momento, nonostante si sforzasse di muoversi, i muscoli si rifiutavano di obbedire ai comandi che lui inviava loro.

Paralizzato, a faccia in giù sul pavimento, Langdon faceva respiri brevi e superficiali, incapace di inspirare normalmente. Non aveva visto l’uomo che lo aveva aggredito, ma scorgeva l’agente Hartmann a terra, in una pozza di sangue che si allargava sempre più. Langdon aveva sentito Katherine lottare e protestare, ma qualche attimo prima la sua voce si era attutita, come se l’uomo l’avesse imbavagliata.

Alzati, Robert! Devi aiutarla!

Adesso le sue gambe erano percorse da un doloroso formicolio: stavano recuperando sensibilità, ma si rifiutavano ancora di collaborare. Muoviti! Le braccia si contrassero mentre la sensibilità cominciava a tornare, insieme a quella del collo e del viso. Con uno sforzo sovrumano riuscì a ruotare la testa, sfregando la guancia contro il legno mentre si voltava a guardare verso la sala da pranzo. Cera qualcosa che gli impediva la vista: la piramide di pietra che, rotolata fuori dalla borsa, si era fermata su un lato, con la base a pochi centimetri dal suo naso.

Per un istante, Langdon non capì cosa stesse guardando. Il quadrato di pietra davanti ai suoi occhi era senza dubbio la base della piramide, però adesso pareva diversa. Molto diversa. Sempre quadrata, sempre di pietra… ma non più piatta e liscia. Era coperta di incisioni. Com’è possibile? La osservò per qualche secondo, chiedendosi se stesse avendo un’allucinazione. Ho guardato la base della piramide almeno una decina di volte… e non c’erano incisioni!

Poi capì.

Il riflesso della respirazione tornò e lui inspirò una boccata d’aria, rendendosi conto che la piramide massonica aveva ancora dei segreti da rivelare. Ho assistito a un’altra trasformazione.

In un lampo, Langdon comprese il significato di ciò che Galloway aveva chiesto di dire a Peter: La piramide massonica ha sempre custodito il suo segreto… sinceramente. Prima quelle parole gli erano sembrate strane, ma adesso comprese che il decano stava mandando a Peter un messaggio in codice. Ironia della sorte, quello stesso messaggio in codice era stato il colpo di scena in un thriller mediocre che Langdon aveva letto anni prima.

Sincera.

Fin dai tempi di Michelangelo, gli scultori avevano l’abitudine di nascondere i difetti delle loro opere colando cera fusa nelle fessure e poi coprendola con polvere di marmo. Il metodo era considerato un inganno e, quindi, qualunque scultura "senza cera" — letteralmente sine cera — era considerata un’opera d’arte autentica. L’espressione aveva preso piede; ancora oggi a volte firmiamo le lettere "sinceramente" per rassicurare l’altra persona che abbiamo scritto "senza cera" e che quindi le nostre parole sono vere.

Le incisioni sulla base della piramide erano state nascoste con lo stesso metodo. Quando Katherine aveva seguito le indicazioni della cuspide e aveva "bollito" la piramide, la cera si era sciolta rivelando la scritta sulla base. Evidentemente Galloway, nella sala del college, aveva sentito con le dita le incisioni sul fondo.

Osservando l’incredibile assortimento di simboli, per un istante Langdon dimenticò tutti i pericoli che minacciavano lui e Katherine. Non aveva idea del loro significato, né di cosa avrebbero svelato alla fine, ma di una cosa era certo. La piramide massonica ha ancora dei segreti da rivelare. "Otto Franklin Square" non è la risposta finale.

Langdon non avrebbe saputo dire se fosse merito dell’adrenalina mandata in circolo da quell’illuminazione o dei secondi trascorsi, ma a un tratto sentì che stava riacquistando il controllo del proprio corpo.

Lottando con il dolore, strisciò un braccio di lato per spingere via la borsa che gli impediva di vedere la sala da pranzo.

Con suo grande orrore, si rese conto che Katherine era stata immobilizzata e le era stato infilato in bocca un grosso pezzo di stoffa. Langdon flettè i muscoli, cercando di mettersi in ginocchio, ma un attimo dopo rimase impietrito, totalmente incredulo. Sulla soglia della sala da pranzo era comparsa una visione agghiacciante… una figura umana come mai ne aveva viste.

In nome di Dio, cosa diavolo…?

Langdon rotolò di lato, scalciando nel tentativo di arretrare, ma il gigante lo afferrò, lo girò sulla schiena e gli si mise a cavalcioni sul petto. Gli puntò le ginocchia sui bicipiti, inchiodandolo al suolo. Sul suo torace era tatuata una fenice a due teste increspata dalla fascia muscolare. Il collo, il volto e la testa rasata erano coperti da un incredibile assortimento di simboli intricati, usati negli oscuri rituali di magia.

Prima che Langdon potesse elaborare un altro pensiero, l’uomo gli afferrò la testa prendendola tra le mani, la sollevò da terra e, con una forza incredibile, la sbatté contro il pavimento.

Poi diventò tutto buio.

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