47

L’oscurità che avvolgeva Katherine Solomon sembrava assoluta.

Dopo aver abbandonato la familiare sicurezza della passatoia, ora avanzava annaspando alla cieca, con le braccia tese in avanti che toccavano solo lo spazio vuoto mentre lei si addentrava sempre di più nel nulla desolante. Sotto i piedi scalzi, la distesa infinita del cemento freddo le dava la stessa sensazione di un lago ghiacciato… un ambiente ostile dal quale lei adesso doveva scappare.

Non sentendo più l’odore dell’etanolo, si fermò e aspettò nel buio. Rimase in ascolto immobile, desiderando che il suo cuore la smettesse di battere così forte. I passi pesanti dietro di lei sembravano essersi interrotti. L’ho seminato? Katherine chiuse gli occhi e cercò di immaginare dove si trovasse. In quale direzione sono scappata? Dov’è la porta? Ma era inutile. Aveva girato così tante volte su se stessa che l’uscita avrebbe potuto essere ovunque.

La paura, aveva sentito dire una volta Katherine, agiva da stimolante, affinando le capacità di riflessione. In quel momento, invece, la paura aveva trasformato la sua mente in un vortice di panico e confusione. Anche se trovassi la porta, non potrei uscire. Aveva perso la chiave magnetica quando si era liberata del camice. La sua unica speranza, ormai, era quella di essere come un ago nel pagliaio: un puntino su una griglia di quasi tremila metri quadrati. Malgrado l’irresistibile impulso di scappare, la mente analitica di Katherine le suggerì invece di fare l’unica mossa logica: non muoversi affatto. Resta immobile. Non fare il minimo rumore. La guardia di sicurezza stava arrivando e, per qualche inspiegabile motivo, il suo aggressore puzzava di etanolo. Se si avvicina, me ne accorgo.

Mentre rimaneva lì ferma in silenzio, la sua mente galoppava ripensando a quello che le aveva detto Langdon. Tuo fratello… è stato preso. Sentì una goccia di sudore freddo formarsi sul braccio e colare giù, verso il cellulare che stringeva ancora nella mano destra. Era un pericolo che aveva tralasciato di considerare. Se il telefono avesse squillato, avrebbe rivelato la sua posizione, ma lei non poteva spegnerlo senza aprirlo, e così facendo il display si sarebbe illuminato.

Metti giù il cellulare… e allontanati da lui.

Ma ormai era troppo tardi. L’odore di etanolo le si avvicinava da destra. E diventava sempre più forte. Katherine si costrinse a restare calma, a ignorare l’istinto di mettersi a correre. Con grande attenzione, fece un passo verso sinistra. A quanto pareva, l’aggressore non aspettava altro che di udire il debole fruscio dei suoi vestiti. Lo sentì gettarsi in avanti, e l’odore di etanolo la investì quando una mano robusta le afferrò la spalla. Lei si divincolò, sentendosi invadere da un terrore puro. Ogni considerazione razionale andò a farsi benedire e Katherine si lanciò in una corsa cieca. Girò bruscamente a sinistra, cambiando direzione, gettandosi a occhi chiusi nel vuoto.

Il muro si materializzò dal nulla.

Katherine vi andò a sbattere contro con violenza, rimanendo senza respiro. Il dolore le si diffuse nel braccio e nella spalla, ma lei riuscì a rimanere in piedi. L’angolatura obliqua con cui aveva colpito il muro aveva attutito l’impatto, ma in quel momento era una magra consolazione. Il rumore era riecheggiato ovunque. Lui sa dove sono. Piegata a metà dal male, voltò la testa fissando l’oscurità e sentì che anche lui la stava guardando.

Cambia posizione. Subito!

Sforzandosi di riprendere fiato, cominciò ad avanzare lungo la parete, tastando piano con la mano sinistra ogni bullone d’acciaio che sporgeva. Rimani rasente il muro. Allontanati prima che lui ti metta in trappola. Nella destra stringeva sempre il cellulare, pronta a lanciarglielo addosso, nel caso fosse stato necessario.

Katherine non era affatto preparata al suono che udì in quel momento: il chiaro fruscio di vestiti direttamente di fronte a lei… contro il muro. Si bloccò, trattenendo il fiato. Come fa a essere già arrivato al muro? Sentì un debole sbuffo d’aria impregnato della puzza di etanolo. Sta avanzando verso di me!

Katherine indietreggiò di parecchi passi. Poi, ruotando di centottanta gradi senza fare rumore, iniziò a camminare velocemente nella direzione opposta, sempre seguendo la parete. Aveva fatto una ventina di passi quando avvenne l’impossibile. Di nuovo, proprio di fronte a sé, avvertì un fruscio di vestiti. Poi arrivarono il solito sbuffo d’aria e l’odore di etanolo. Katherine Solomon si irrigidì.

Mio Dio, è dappertutto!

A torso nudo, Mal’akh guardò nell’oscurità.

L’odore di etanolo sulla manica si era rivelato uno svantaggio, ma lui l’aveva trasformato in una risorsa quando si era tolto la giacca e la camicia usandole per mettere all’angolo la sua preda. Dopo avere gettato la giacca contro il muro a destra, aveva sentito Katherine che si fermava e cambiava direzione. Poi, quando aveva lanciato la camicia davanti a sé a sinistra, lei si era fermata di nuovo. Di fatto era riuscito in qualche modo a confinarla stabilendo dei punti che lei non osava oltrepassare.

E ora aspettava, l’orecchio teso nel silenzio. Ha solo una direzione in cui muoversi: verso di me. Malgrado ciò, Mal’akh non udiva il minimo rumore. O Katherine era paralizzata dalla paura, o aveva deciso di rimanere immobile e aspettare che qualcuno arrivasse in suo aiuto. In un caso o nell’altro, è fregata. Sarebbe passato un po’ di tempo prima che qualcuno fosse riuscito a entrare nel modulo 5; Mal’akh aveva disabilitato il lettore ottico esterno con una tecnica un po’ rude ma molto efficace. Dopo aver usato la chiave magnetica di Trish, aveva conficcato una monetina in fondo alla fessura del lettore per impedire che altri potessero inserirvi la propria tessera.

Io e te da soli, Katherine… per tutto il tempo che ci vorrà.

Mal’akh avanzò, un centimetro alla volta, tendendo l’orecchio per cogliere il minimo rumore. Katherine Solomon sarebbe morta quella sera nell’oscurità del museo di suo fratello. Una fine poetica.

Mal’akh non vedeva l’ora di riferire a Peter la notizia della morte della sorella. L’angoscia di Peter sarebbe stata la tanto agognata vendetta.

D’un tratto Mal’akh vide nel buio, con sua grande sorpresa, un leggero bagliore in lontananza e capì che Katherine aveva commesso un errore fatale. Sta telefonando per chiedere aiuto? Il display che si era appena acceso era sospeso all’altezza della vita, circa una ventina di metri davanti a lui, come un faro in un vasto oceano nero.

Lui si era preparato ad aspettare Katherine, ma adesso non ce ne sarebbe stato più bisogno.

Scattò in avanti di corsa e si lanciò, le braccia pronte ad afferrarla, ben sapendo che doveva bloccarla prima che lei riuscisse a chiamare i soccorsi.

Le dita di Mal’akh urtarono violentemente il muro massiccio, piegandosi fino quasi a spezzarsi. Poi fu la volta della testa, che si schiantò contro una barra d’acciaio. Lui urlò per il dolore mentre si accartocciava a terra. Imprecando, si rimise in piedi aggrappandosi al montante orizzontale che gli arrivava alla vita e su cui Katherine Solomon aveva astutamente appoggiato il cellulare aperto.

Katherine si era rimessa a correre, stavolta senza preoccuparsi del rumore che faceva la sua mano rimbalzando ritmicamente sui bulloni posti a distanza regolare nella parete del modulo 5. Corri! Se avesse seguito il muro tutt’intorno al modulo, prima o poi avrebbe trovato l’uscita.

Dove diavolo è finita la guardia?

Il succedersi regolare dei bulloni continuava mentre lei correva con la mano sinistra incollata alla parete e la destra tesa in avanti per proteggersi. Quand’è che arriverò all’angolo? Il muro sembrava non finire mai, ma all’improvviso la sequenza dei bulloni si interruppe. La mano sinistra trovò una superficie liscia per parecchi passi, poi i bulloni ricominciarono. Katherine frenò subito e indietreggiò, tastando il pannello liscio di metallo. Perché qui non ci sono bulloni?

Sentiva il suo aggressore che adesso la inseguiva con passo pesante e senza più preoccuparsi del rumore, avanzando a tastoni lungo il muro. Eppure fu un altro suono a spaventarla ancora di più: il tonfo ritmico e distante provocato dalla guardia di sicurezza che batteva la torcia elettrica contro la porta del modulo 5.

La guardia non riesce a entrare?

Anche se quel pensiero la terrorizzò, l’aver localizzato la direzione da cui proveniva quel rumore — in diagonale sulla sua destra — l’aiutò a orientarsi. Quel flash visivo portò con sé un’inattesa intuizione: adesso sapeva che cos’era il pannello liscio nel muro.

Ogni modulo era fornito di un dispositivo che consentiva il passaggio del materiale: un gigantesco muro mobile che poteva essere spostato per trasportare dentro e fuori dal modulo le attrezzature ingombranti. Come quelli degli hangar per gli aerei, anche questo portello era enorme, e Katherine non si sarebbe mai sognata che avrebbe avuto bisogno di aprirlo. Al momento, però, sembrava la sua unica speranza.

Ma riuscirò a muoverlo?

Katherine armeggiò, tastando alla cieca finché trovò la grossa maniglia di metallo. L’afferrò e tirò con tutte le sue forze, cercando di far scivolare il portello. Niente. Provò di nuovo. Quello non si mosse.

Sentì il suo aggressore che ora si avvicinava velocemente, orientandosi grazie al rumore che faceva lei tentando di uscire. Il portello sarà bloccato! In preda al panico, fece scivolare le mani su tutta la superficie cercando un chiavistello o una leva. D’un tratto urtò contro quello che sembrava un paletto verticale. Ne seguì la lunghezza fino al pavimento, accovacciandosi, e sentì che era infilato in un buco nel cemento. Una barra di sicurezza! Si alzò in piedi, afferrò il paletto e, facendo forza con le gambe, lo sollevò estraendolo dal buco.

È quasi qui!

Katherine cercò di nuovo la maniglia e tirò più che potè. Il pannello massiccio sembrò non muoversi affatto, eppure uno spiraglio di chiarore lunare penetrò nel modulo 5. Katherine tentò di nuovo. La lama di luce diventò più ampia. Ancora un po’! Tirò un’ultima volta, sentendo che l’aggressore era ormai a pochi passi di distanza.

Katherine si infilò di fianco nell’apertura. Una mano si materializzò nell’oscurità e l’afferrò cercando di riportarla indietro. Lei si gettò dall’altra parte, inseguita da un braccio nudo e robusto ricoperto di squame tatuate. Quel braccio terrificante si dimenava come un serpente che cercasse di catturarla.

Katherine si girò e corse seguendo il lungo muro esterno del modulo 5. Lo strato di ghiaia che circondava l’intero perimetro dell’SMSC le feriva i piedi malgrado le calze, ma lei continuò a correre in direzione dell’ingresso principale. La notte era scura, tuttavia Katherine, con le pupille dilatate per il buio totale all’interno del modulo 5, ci vedeva perfettamente… quasi fosse giorno. Dietro di lei, il portello si aprì con uno stridio e si sentirono dei passi affrettati che la inseguivano lungo il lato dell’edificio. Sembravano velocissimi.

Non riuscirò mai ad arrivare all’ingresso principale prima di lui. Sapeva che la sua Volvo era più vicina, ma non ce l’avrebbe fatta comunque.

Poi Katherine si rese conto di avere un’ultima carta da giocare.

Mentre si avvicinava all’angolo del modulo 5, sentì i passi che si avvicinavano rapidamente. Ora o mai più. Invece di svoltare, tagliò bruscamente a sinistra, allontanandosi dall’edificio, sull’erba. Nello stesso istante chiuse gli occhi, si mise entrambe le mani sulla faccia e cominciò a correre alla cieca attraverso il prato.

Le luci di sicurezza attivate dal movimento che si accesero intorno al modulo 5 trasformarono all’istante la notte in giorno. Katherine udì un grido di dolore dietro di sé quando i riflettori bruciarono le pupille dilatate dell’aggressore con la loro luce da oltre venticinque milioni di candele. Sentì che l’uomo inciampava sulla ghiaia.

Katherine continuò a correre sul prato con gli occhi chiusi. Quando le sembrò di essere abbastanza lontano dall’edificio e dalle luci, li aprì e corresse la direzione.

Le chiavi della Volvo erano esattamente dove le lasciava sempre, nel vano portaoggetti del cruscotto. Senza fiato, le afferrò con mani tremanti. Il motore si accese con un rombo e i fari illuminarono una scena terrificante.

Una figura mostruosa correva verso di lei.

Katherine rimase immobile per un istante.

La creatura catturata dalla luce dei fari era calva, con il petto nudo e la pelle interamente coperta di squame, parole e simboli tatuati. Ruggì mentre correva con le mani sollevate davanti agli occhi, come una belva delle caverne che vedesse la luce per la prima volta. Katherine allungò la mano sul cambio, ma in un batter d’occhio l’animale la raggiunse e colpì il finestrino dalla sua parte con il gomito, facendole cadere in grembo una pioggia di schegge di vetro.

Un braccio massiccio irruppe attraverso il varco, annaspando alla cieca finché trovò il suo collo. Katherine fece retromarcia, ma il suo aggressore le aveva afferrato la gola e la stringeva con una forza sovrumana. Lei voltò la testa per liberarsi da quella morsa, e all’improvviso si ritrovò a guardarlo in faccia. Quattro strisce scure, come graffi di unghie che avessero rimosso il cerone, rivelavano i tatuaggi nascosti al di sotto. Gli occhi erano feroci e spietati.

«Avrei dovuto ammazzarti anni fa» ringhiò. «La sera che ho ucciso tua madre.»

Mentre il significato di quelle parole si faceva strada in lei, Katherine fu assalita da un ricordo raccapricciante: quell’espressione crudele negli occhi… l’aveva già vista. È lui. Si sarebbe messa a gridare se non fosse stato per la morsa che le serrava la gola.

Affondò il piede sull’acceleratore e la macchina fece un balzo all’indietro, spezzandole quasi l’osso del collo mentre lui veniva trascinato di fianco alla portiera. La Volvo salì sbandando su uno spartitraffico erboso e Katherine sentì il proprio collo che quasi si rompeva sotto il peso dell’uomo. A un certo punto la fiancata fu raschiata da rami d’albero, che sbatterono contro i finestrini laterali, e all’improvviso il peso non c’era più.

La macchina passò attraverso i sempreverdi e finì nel parcheggio in cima alla salita. Katherine frenò di colpo. Sotto di lei, l’uomo seminudo si rimise in piedi barcollando e fissò i fari. Con una calma terrificante, sollevò un braccio coperto di squame e lo puntò contro di lei in un gesto minaccioso.

Katherine si sentì gelare il sangue per la paura e per l’odio mentre girava il volante e dava gas. Qualche secondo dopo, si immetteva sbandando su Silver Hill Road.

Загрузка...