Protezione e risposte.
Quelle parole riecheggiavano nella mente di Langdon mentre usciva a precipizio da una porta laterale del John Adams Building e si ritrovava fuori al freddo con Katherine. Lo sconosciuto al telefono gli aveva comunicato il proprio indirizzo in maniera criptica, ma Langdon aveva capito. La reazione di Katherine nell’apprendere dove erano diretti era stata sorprendentemente positiva. Quale posto migliore per trovare l’unico vero Dio?
Adesso il problema era come arrivarci.
Langdon si guardò intorno, cercando di orientarsi. Era buio, ma per fortuna il cielo era tornato sereno. Si trovavano in un cortile. La cupola del Campidoglio gli parve stranamente lontana e lui si rese conto che era la prima volta che usciva all’aria aperta da quando era arrivato parecchie ore prima.
Altro che conferenza…
«Robert, guarda!» Katherine gli indicò il Thomas Jefferson Building.
La prima reazione di Langdon fu di stupore per aver fatto tanta strada su un nastro trasportatore. La seconda fu di allarme. Intorno al Thomas Jefferson Building c’era una gran confusione: furgoni e auto che arrivavano, uomini che gridavano. Una fotoelettrica?
Prese per mano Katherine. «Vieni, andiamo.»
Attraversarono il cortile di corsa, in direzione nordest, e sparirono dietro un elegante edificio a forma di U. Langdon lo riconobbe: era la Folger Shakespeare Library. Un nascondiglio ideale, pensò: in quella biblioteca era conservato il manoscritto originale in latino della Nuova Atlantide di Francesco Bacone, una delle utopie su cui i padri della patria avevano fondato il loro mondo nuovo basato su saperi antichi. Ciò nonostante, Langdon non si fermò.
Dobbiamo trovare un taxi.
Arrivarono all’angolo fra Third Street e East Capitol Street. Cera poco traffico e Langdon, guardandosi intorno, ebbe un attimo di scoramento. Svoltò in Third Street e proseguì con Katherine a passo svelto in direzione nord, allontanandosi dalla Biblioteca del Congresso. All’angolo successivo vide finalmente arrivare un taxi libero. Gli fece un cenno e l’auto si fermò.
La radio trasmetteva musica mediorientale e il giovane tassista arabo li accolse con un sorriso amichevole. «Dove vi porto?» chiese appena salirono a bordo.
«Dobbiamo andare…»
«Da quella parte!» esclamò Katherine indicando Third Street nella direzione opposta al Thomas Jefferson Building. «North-west Washington. Vada verso Union Station e svolti a sinistra in Massachusetts Avenue. Le diremo noi dove lasciarci.»
Il tassista si strinse nelle spalle, chiuse il divisorio di plexiglas e alzò di nuovo il volume.
Katherine lanciò a Langdon un’occhiata severa, come a dire: "Non dobbiamo lasciare indizi". Poi indicò fuori dal finestrino per attirare l’attenzione di Langdon su un elicottero scuro che sorvolava la zona a bassa quota. Merda. A quanto pareva, Sato era decisa a recuperare la piramide di Solomon a ogni costo.
Mentre l’elicottero atterrava fra i due palazzi della Biblioteca del Congresso, Katherine si voltò verso Langdon, ancora più preoccupata. «Mi dai un attimo il tuo cellulare?»
Langdon glielo porse.
«Peter sostiene che hai un’ottima memoria eidetica» disse aprendo il finestrino. «E che ti ricordi tutti i numeri di telefono. È vero?»
«Sì, ma…»
Katherine lanciò il cellulare fuori dal finestrino.
Langdon si voltò sul sedile e lo vide rotolare nel buio e andare in mille pezzi sul marciapiede. «Sei impazzita?»
«Adesso siamo fuori dagli schermi radar» replicò Katherine seria. «L’unica speranza di ritrovare mio fratello sta in questa piramide, e io non ho nessuna intenzione di lasciarmela soffiare dalla CIA.»
Omar Amirana, al volante, canticchiava e dondolava la testa a tempo di musica. La serata era stata fiacca ed era contento di avere finalmente trovato dei clienti. Stava passando davanti allo Stanton Park quando sentì la voce familiare del centralinista della sua cooperativa alla radio.
«Qui centrale. A tutte le macchine nella zona del National Mall: abbiamo appena ricevuto un comunicato dalle forze dell’ordine che segnala la presenza di due ricercati in fuga nei pressi del John A d a m s Building…»
Omar ascoltò esterrefatto la descrizione dei due sospetti, che corrispondeva esattamente all’uomo e alla donna che aveva appena caricato a bordo. Guardò preoccupato nello specchietto retrovisore. In effetti l’uomo aveva un’aria vagamente familiare. L’avrò mica visto alla trasmissione "America’s Most Wanted"?
Circospetto, prese il microfono. «Centrale?» disse sottovoce. «Qui taxi uno-tre-quattro. I due ricercati… sono con me. Li ho appena caricati.»
Dalla centrale gli diedero subito istruzioni. Con le mani che tremavano, Omar chiamò il numero di telefono che gli venne indicato. Gli rispose una voce secca, efficiente, da militare.
«Agente Turner Simkins, CIA. Chi parla?»
«Ehm… sono il… il tassista» disse Omar. «Mi hanno detto di chiamare per quei due…»
«I ricercati sono a bordo della sua auto? Mi risponda solo sì o no.»
«Sì.»
«Sentono questa conversazione? Sì o no?»
«No. Il divisorio è…»
«Dove li sta portando?»
«Northwest Washington. Massachusetts Avenue.»
«Destinazione precisa?»
«Non me l’hanno detta.»
L’agente esitò. «L’uomo ha una tracolla di pelle?»
Omar guardò nello specchietto retrovisore e sgranò gli occhi. «Sì! Non conterrà mica esplosivi o…»
« M i ascolti b e n e » lo interruppe l’agente. «Se farà esattamente quello che le dirò, non correrà nessun pericolo. È chiaro?»
«Sì, signore.»
«Come si chiama?»
«Omar» rispose il tassista cominciando a sudare.
«Mi ascolti, Omar» riprese l’agente con calma. «Lei adesso deve rallentare e proseguire lentamente, in modo che io possa mandarle incontro una squadra. È chiaro?»
«Sì.»
«Il suo taxi è dotato di un interfono per comunicare con i passeggeri?»
«Sì.»
«Bene. Allora adesso le spiego cosa fare.»