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Langdon, Katherine e Bellamy attendevano con Sato nella saletta del Cathedral College, sotto lo sguardo vigile di alcuni agenti della CIA armati fino ai denti. Sul tavolino davanti a loro era posata la borsa di Langdon aperta, da cui faceva capolino la punta della cuspide. Ormai le parole "Otto Franklin Square" erano scomparse senza lasciare traccia.

Katherine aveva implorato Sato di lasciarla andare dal fratello, ma la donna si era limitata a scuotere la testa, continuando a fissare il cellulare di Bellamy posato sul tavolino. Non aveva ancora squillato.

Perché Bellamy non mi ha detto la verità? continuava a chiedersi Langdon. A quanto pareva l’architetto del Campidoglio si era tenuto in contatto con il rapitore di Peter per tutta la sera, informandolo dei suoi progressi, nel tentativo di guadagnare tempo per salvare Peter. In realtà, Bellamy stava facendo tutto il possibile per intralciare chiunque fosse vicino a svelare il segreto della piramide. Adesso, però, sembrava aver cambiato fazione: lui e Sato erano pronti a mettere a repentaglio il segreto della piramide pur di catturare quell’uomo.

«Toglietemi le mani di dosso!» urlò una voce di anziano dal corridoio. «Sono cieco, non invalido! So come muovermi dentro il mio college!»

Il reverendo Galloway stava ancora protestando vivamente quando un agente della CIA lo scortò in sala e lo fece sedere su una poltrona.

«Chi c’è qui?» chiese Galloway puntando davanti a sé gli occhi spenti. «Siete in parecchi, si direbbe. Quanti uomini ci vogliono per tenere a bada un vecchio? Insomma!»

«Siamo in sette» rispose Sato. «Compreso Robert Langdon, Katherine Solomon e il suo confratello Warren Bellamy.»

Galloway si abbandonò sulla poltrona. Ogni traccia di spavalderia era scomparsa.

«Stiamo bene» disse Langdon. «E abbiamo appena saputo che Peter è salvo. È un po’ malconcio, ma la polizia è con lui, adesso.»

«Grazie al cielo!» esclamò Galloway. «E la…»

Un rumore sordo e prolungato fece trasalire tutti i presenti. Il cellulare di Bellamy si era messo a vibrare sul tavolino. Nessuno fiatò.

«Bene, signor Bellamy» disse Sato. «Veda di non tradirsi. Lei conosce la posta in gioco.»

L’architetto inspirò a fondo, poi allungò la mano verso il telefono e premette il tasto di risposta. «Parla Bellamy» disse a voce alta, rivolto verso l’apparecchio.

La voce che uscì dall’altoparlante era un sussurro lieve e familiare. Pareva che la chiamata fosse fatta col vivavoce, a bordo di un’automobile. «È mezzanotte passata, signor Bellamy. Stavo per porre fine alle sofferenze di Peter.»

Nella stanza c’era un silenzio carico di tensione. «Mi faccia parlare con lui.»

«Impossibile» rispose l’uomo. «Sto guidando e Solomon è nel bagagliaio, legato.»

Langdon e Katherine si scambiarono un’occhiata, poi cominciarono a scuotere la testa come per dire di no. Sta bluffando! Peter non è più con lui!

Sato fece cenno a Bellamy di insistere.

«Io voglio una prova che Peter è vivo» insistette Bellamy. «Non le darò il resto della…»

«Il suo Venerabilissimo Maestro ha bisogno di un dottore. Non perda tempo con queste trattative. Mi dica il numero di Franklin Square e io le consegnerò Peter là.»

«Gliel’ho detto, io voglio…»

«Adesso!» urlò l’uomo. «Altrimenti mi fermo e lo uccido in questo istante!»

«Mi ascolti» disse Bellamy con veemenza «se vuole il resto dell’indirizzo dovrà giocare secondo le mie regole. Ci vediamo a Franklin Square. Dopo che lei mi avrà consegnato Peter vivo, io le dirò il numero civico.»

«Come faccio a sapere che non chiamerà la polizia?»

«Perché non posso rischiare. La vita di Peter non è l’unica carta che lei ha in mano. Io so qual è la posta in gioco questa notte.»

«Lei si rende conto» proseguì l’uomo al telefono «che se mi viene anche solo il minimo sospetto che in Franklin Square ci sia qualcun altro oltre a lei, tirerò dritto e non troverete mai più neppure un capello di Peter Solomon? E ovviamente… questo sarà il minore dei vostri problemi.»

«Verrò da solo» replicò cupo Bellamy. «Quando mi consegnerà Peter, le darò tutto ciò che vuole.»

«Al centro della piazza. Ci metterò almeno venti minuti per arrivare là. Le suggerisco di aspettarmi per tutto il tempo che ci vorrà.»

La conversazione si interruppe.

Immediatamente la sala si animò. Sato cominciò a impartire ordini, e alcuni agenti presero le radio e si diressero verso la porta. «Presto! Presto!»

Nella confusione, Langdon guardò Bellamy nella speranza di capire cosa stesse succedendo quella notte, ma gli agenti stavano già spingendo l’architetto verso la porta.

«Io voglio vedere mio fratello!» urlò Katherine. «Lei deve lasciarci andare!»

Sato le si avvicinò. «Io n o n devo fare proprio nulla, dottoressa Solomon. S o n o stata chiara?»

Katherine non si fece intimorire e la fissò dritto negli occhi.

«Dottoressa Solomon, la mia priorità adesso è catturare quell’uomo a Franklin Square, e lei resterà qui con uno dei miei agenti finché non avrò portato a termine la missione. Allora, e solo allora, ci occuperemo di suo fratello.»

«Lei non capisce!» disse Katherine. «Io so dove vive quel tizio! Abita a Kalorama Heights, a cinque minuti di macchina da qui, e a casa sua troverete prove che potrebbero esservi utili! E poi lei ha detto di voler tenere segreta questa faccenda. Chissà cosa potrebbe rivelare Peter alla polizia una volta che si sarà ripreso.»

Sato serrò le labbra, riflettendo sulle parole di Katherine. Fuori, le pale dell’elicottero ripresero a girare. Sato aggrottò la fronte, poi si voltò verso uno dei suoi uomini e gli ordinò a bassa voce: «Hartmann, tu prendi l’Escalade e accompagna la dottoressa Solomon e il signor Langdon a Kalorama Heights. Peter Solomon non deve parlare con nessuno. Intesi?»

«Sì, signora» rispose l’agente.

«Chiamami quando arrivi e dimmi cos’hai trovato. E non perdere di vista questi due.»

Con un secco cenno del capo, l’agente Hartmann prese le chiavi dell’Escalade e si diresse verso la porta. Katherine lo seguì da vicino.

Sato si voltò verso L a n g d o n . «A p i ù tardi, professore. So c h e lei pensa che io sia il nemico, ma le assicuro che non è così. Vada subito da Peter. Non è ancora finita.»

Il reverendo Galloway se ne stava seduto in silenzio davanti al tavolino, di fianco a Langdon. Le sue dita avevano trovato la piramide nella borsa posata lì sopra e ne accarezzavano la superficie tiepida.

«Reverendo, viene con noi da Peter?» gli chiese Langdon.

«Vi farei soltanto perdere tempo.» Il decano tolse le mani dalla borsa e richiuse la cerniera. «Resterò qui a pregare per la guarigione di Peter. Ci sentiremo più tardi. Ma… quando farà vedere la piramide a Peter, potrebbe riferirgli una cosa da parte mia, per favore?»

«Certamente.» Langdon si mise la borsa a tracolla.

«Gli dica questo.» Galloway si schiarì la voce. «La piramide massonica ha sempre custodito il suo segreto… sinceramente.»

«Non capisco.»

Il decano ammiccò a Langdon. «Lei si limiti a riferirgli queste parole. Lui capirà.»

Detto questo, il reverendo G a l l o w a y chinò il capo e cominciò a pregare.

Langdon, perplesso, lo lasciò lì e corse fuori. Katherine era già a bordo del suv, sul sedile anteriore, e dava istruzioni all’agente. Lui salì dietro e non fece quasi in tempo a chiudere la portiera che il gigantesco veicolo stava già attraversando il prato a tutta velocità, diretto a Kalorama Heights.

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