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In una zona tranquilla vicino al quartiere delle ambasciate, a Washington, c’è un giardino in stile medievale, protetto da mura di pietra, con rose che si dice nascano da una specie risalente al dodicesimo secolo. Fra i sentieri lastricati di pietre provenienti dalla cava privata di George Washington, si erge la Shadow House, un gazebo in quarzite di Carderock.

Il silenzio del giardino, quella notte, fu infranto da un giovane che superò di corsa il cancello di legno, chiamando a gran voce.

«C’è nessuno?» gridava, scrutando nella notte illuminata dal chiarore della luna.

La voce che gli rispose era fievole e a malapena udibile. «Sono nel gazebo… Prendevo una boccata d’aria.»

Il giovane trovò il suo anziano superiore seduto sulla panchina di pietra, con un plaid sulle spalle. Magrissimo, con la schiena curva, sembrava un elfo. L’età lo aveva ingobbito e privato della vista, ma il suo animo restava forte e risoluto.

Il giovane, che aveva il fiatone, gli disse: «Ho appena… ricevuto… una telefonata… dal suo amico… Warren Bellamy».

«Oh.» Il vecchio alzò il viso, incuriosito. «Cosa voleva?»

«Non me lo ha detto, ma aveva molta fretta. Mi ha riferito di averle lasciato un messaggio in segreteria telefonica. Si è raccomandato che lei lo ascolti il prima possibile.»

«E non ha aggiunto altro?»

«Be’, veramente…» Il giovane fece una breve pausa. «Mi ha chiesto di farle una domanda.» Una domanda stranissima. «E ha bisogno di una risposta immediata.»

Il vecchio si avvicinò. «Che domanda?»

Quando gliela riferì, il giovane vide che il suo superiore impallidiva. Si tolse il plaid dalle spalle e si alzò faticosamente in piedi.

«Aiutami a rientrare. Presto.»

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